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Misconosciuta, ma così diffusa da essere considerata la patologia più frequente al mondo,  l’anemia a prescindere dalle sue cause colpisce 1,62 miliardi di persone pari al 24,8 per cento della popolazione globale. La fascia d’età più interessata è quella dei bambini in età prescolare ma sono le donne in età fertile,  pari a circa mezzo miliardo,  il gruppo di pazienti in assoluto numericamente più importante. L’anemia è sempre associata a una causa che deve essere indagata. La più frequente,  e la meno grave,  che può capitare in qualsiasi fase della vita,  è data dalla carenza di ferro,  responsabile del 50 per cento delle forme di anemia. Con circa 50 milligrammi per ogni chilo di peso corporeo nell’uomo e 30 milligrammi per chilo di peso corporeo nella donna il ferro è l’elemento presente in maggior quantità nell’organismo. Circa un quarto del totale viene immagazzinato come scorta,  la parte restante è contenuta nell’emoglobina. Il ferro riveste un ruolo essenziale nello svolgimento di funzioni fondamentali per l’organismo,  come la respirazione cellulare e la sintesi del DNA. In generale bassi livelli di ferro si accompagnano a una scarsa e scadente produzione di globuli rossi,  e di conseguenza a un’insufficiente ossigenazione dei tessuti. Nei bambini la carenza di ferro influenza il buon funzionamento del sistema nervoso centrale e lo sviluppo delle facoltà cognitive,  oltre a determinare una maggiore predisposizione alle infezioni e interferire con la velocità di crescita. Il fabbisogno giornaliero di ferro è pari a 0,5-1 mg nell’uomo e 1,5 mg nella donna in età fertile,  per arrivare ad almeno 2,5 mg al giorno nella donna in gravidanza. La quantità assunta con la dieta varia tra 10 e 20 mg circa al giorno,  solo il 5-10 per cento della quale viene normalmente assorbito attraverso la mucosa intestinale. Il metabolismo del ferro è molto complesso e alcuni dei meccanismi che lo regolano sono tuttora ignoti. In generale,  poiché l’assunzione di ferro avviene attraverso il cibo,  malnutrizione e squilibri alimentari possono determinare un apporto insufficiente. È il caso di un’alimentazione ricca di cereali e povera di proteine animali,  come accade per le diete vegetariane e vegane. I cibi di origine animale sono infatti più ricchi di ferro,  che è anche più facilmente assimilabile rispetto a quello contenuto in vegetali e legumi. L’assorbimento del minerale è comunque influenzato da numerosi fattori e alimenti. Ossalati e fosfati,  per esempio,  legando il ferro in composti  insolubili ne inibiscono l’assorbimento da parte della mucosa intestinale. Ecco perché sarebbe meglio non consumare carne insieme,  per esempio,  a verdure verdi a foglia larga. Anche latte,  latticini e il consumo di tè durante i pasti limitano l’assorbimento del ferro eventualmente assunto attraverso altri alimenti. Esistono però sostanze che favoriscono  l’assorbimento del ferro: prima  fra tutte la vitamina C,  per cui è consigliato condire verdure  e carne con succo di limone. Utili anche menta,  rosmarino e timo che,  stimolando le secrezioni,  mantengono elevata l’acidità gastrica. Tra i nemici del ferro vi sono infine alcune condizioni cliniche,  come le malattie croniche intestinali associate all’attivazione del sistema immunitario. L’infiammazione blocca sia l’assorbimento del ferro a livello intestinale sia la mobilitazione delle riserve. È il caso di gastrite,  celiachia e dell’infezione da helicobacter pylori. Negli individui sani l’anemia sideropenica può essere prevenuta con una alimentazione equilibrata e ricca di ferro.

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