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In questi giorni, la notizia del furto di fentanyl da un ospedale romano ha creato preoccupazione e prodotto titoli allarmanti. Ma il rischio di una nuova epidemia da oppiacei sembra essere lontano.

Il furto di 80 fiale di fentanyl dall’Ospedale Israelitico di Roma è senz’altro un fatto grave, soprattutto perché conferma, nonostante norme rigorose, la presenza di falle nella gestione pratica degli stupefacenti nelle strutture sanitarie. Mentre altrove si applicano sistemi digitali che identificano in maniera incontestabile il responsabile di ogni prelievo di sostanze, in molte realtà italiane la loro conservazione è ancora affidata a casseforti o stipetti chiusi con semplici chiavi che passano di mano in mano, riproducibili in qualunque ferramenta o protetti da password trascritte su post-it attaccati lì vicino.

Non è certo la prima volta che da un ospedale vengono rubati morfina o altri oppiacei. Per quanto riguarda in maniera specifica il fentanyl, secondo il Corriere della Sera, dal 2018 negli ospedali, cliniche, RSA di diverse città italiane si sarebbe già verificata una ventina di casi di sottrazione indebita, che hanno portato all’arresto di 60 persone, tra cui una decina di medici.

Sono almeno otto anni, quindi, che l’abuso di fentanyl è iniziato nel nostro Paese, ma per fortuna il suo consumo al di fuori delle necessità sanitarie, per cui è prezioso e insostituibile, finora è rimasto ai margini, rispetto ai danni diffusi provocati da altre droghe.

Da un lato, le nuove sostanze di sintesi che ogni giorno vengono immesse sul mercato, che quindi sono poco note e di cui è perciò difficile valutare e prevenirne i danni alla salute; dall’altro soprattutto la cocaina, che secondo l’ultimo Rapporto sulla droga in Europa è la seconda più comune dopo la cannabis e la prima come causa di presentazione in ospedale con tossicità acuta, responsabile nel 2024 del 27% dei decessi per droga in Europa e di circa un terzo dei decessi e dei ricoveri per droga in Italia, secondo l’ultima Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia.

Per il momento, da noi, nulla fa quindi pensare a una diffusione illegale di fentanyl come avviene negli Stati Uniti, dove ogni anno si contano decine di migliaia di vittime per overdose della sostanza, senza contare le incalcolabili conseguenze sulla salute pubblica, sul tessuto sociale, perfino sull’economia di molte aree colpite da quella che, a buona ragione, è stata considerata un’epidemia.

Come mai in Europa, invece, il fenomeno non ha attecchito? Roberto Saviano sostiene che sarebbero state le mafie stesse a impedirne la diffusione. Ma occorre considerare anche altri aspetti che distinguono la realtà italiana da quella d’oltreoceano, per cui non è detto che debba ripetersi in Europa quel che è accaduto negli Stati Uniti in circostanze ben precise, per fortuna non riproducibili oggi da noi.

L’offerta illegale di fentanyl, infatti, arrivò in risposta a un’impennata della domanda che si verificò in circostanze ben precise, raccontate anche da film e serie televisive.

Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, infatti, la comunità medica statunitense fu oggetto di una campagna di comunicazione sulla necessità di trattare ogni tipo di dolore cronico, non solo quello oncologico o terminale. E fin qui, tutto bene. Il guaio è che il giusto movimento culturale era spinto da aziende che promuovevano nuovi oppioidi sintetici, come l’OxyContin, di cui si sosteneva che non provocassero dipendenza e che quindi potessero essere usati con tranquillità.

È così che milioni di cittadini con cefalea, mal di schiena, dolori osteoarticolari di ogni tipo si ritrovarono a loro insaputa, e talvolta anche a insaputa dei medici che avevano prescritto loro questi medicinali, con una dipendenza da oppiacei.

Alla fine degli anni Duemila, quando ci si rese conto di quanto stava accadendo, un giro di vite da parte delle autorità sanitarie mise un freno alle prescrizioni, spingendo però chi ormai aveva sviluppato una dipendenza a cercare sostanze sul mercato illegale, prima l’eroina, che intorno al 2010 provocò un rapido aumento delle overdose, e poi il fentanyl prodotto in maniera illecita, più economico e facile da ottenere, che dal 2013 innescò la crisi attuale.

Eroina e fentanyl, simili ma diverse. Per capire quanto peculiare e differente dalla situazione europea fosse la situazione negli Stati Uniti, è bene ricordare che l’80% delle persone che in quegli anni fecero ricorso all’eroina avevano ricevuto in prima battuta una prescrizione di oppioidi da parte di un medico.

Ancora oggi, più della metà di chi si trova schiavo degli oppioidi negli Stati Uniti soffre anche di dolore cronico, per cui, come raccomanda una riflessione appena pubblicata sul New England Journal of Medicine da parte di esperti del National Institute of Drug Abuse di Bethesda, nel momento in cui si propone un percorso di disintossicazione, non bisogna dimenticare di fornire ai pazienti un supporto al problema di base, per evitare che vi ricaschino nella ricerca di un sollievo a un dolore fisico incontrollabile.

Anche in Italia e in Europa abbiamo avuto, negli anni Ottanta, quella che potremmo chiamare un’epidemia da oppiacei, Allora si trattava di eroina, e le vittime erano per lo più giovani che cercavano una via di fuga a un disagio sociale o esistenziale.

Negli Stati Uniti, invece, nella trappola del fentanyl sono cadute persone di ogni età, non alla ricerca di una droga, ma seguendo le indicazioni del loro medico di fiducia.

Non credo quindi che la semplice presenza sul mercato di una maggiore quantità di fentanyl possa bastare a scatenare un fenomeno simile a quello statunitense.

È giusto che le autorità si attivino, soprattutto per il rischio di overdose di una sostanza così potente, che i servizi di primo soccorso si tengano pronti a usare naloxone per salvare la vita di chi vi dovesse incappare ed è importante che chi abusa di oppiacei sia informato e consapevole di poter trovare sul mercato illegale prodotti molto più pericolosi.

Ma, onestamente, non credo che ci siano i presupposti per una crisi paragonabile a quella statunitense, che è stata spinta da una forte domanda, non dalla sola offerta. Una domanda i cui primi responsabili non furono i cartelli della droga messicani, che poi ne approfittarono, ma aziende senza scrupoli e medici conniventi, che dovrebbero sentire sulle spalle tutto il peso della responsabilità per la strage che hanno provocato.